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La presenza che resta

 Tra il dolore che non trattiene più e la vita che riprende a muoversi


Ci sono momenti in cui la vita ci sorprende nel modo più silenzioso:
non con grandi rivelazioni, ma con piccoli ritorni.
Un gesto, una strada fatta mille volte, un pensiero improvviso…
e all’improvviso capiamo che ciò che credevamo perduto non se n’è mai davvero andato.
È così che inizia questo capitolo: non con una ferita, e nemmeno con una guarigione,
ma con la consapevolezza nuova di un legame che non si spezza.
Un legame che resta.


La presenza che resta

Non andavo al cimitero da due settimane.
Per la prima volta, da quando la mia mamma è volata via, il tempo mi è scivolato tra le dita senza che me ne accorgessi.
Appena varcato il cancello, mentre percorrevo quel viale silenzioso, una lama sottile di colpa mi ha attraversato:
“Come ho potuto mancare così a lungo?”

Poi ho alzato lo sguardo.
Il silenzio attorno, nessuno in vista.
Eppure quel luogo era pieno di presenze: vite che hanno amato, sofferto, sognato.
Anime che non fanno rumore, ma resistono.
E lì, in quell’aria immobile, mi è arrivata addosso una verità semplice e potentissima:
tutto è fugace…
i giorni, le settimane, gli sforzi, le corse, il lavoro, le notti stanche.
Scivola tutto via così in fretta che quasi non ci accorgiamo di essere vivi.

Quando sono arrivata da lei, mi sono seduta accanto – come facevo prima a casa, sul divano, in cucina, ovunque fossimo insieme.
Ho sfiorato il suo viso sulla foto come se quella carezza potesse ancora raggiungerla.

Le prime parole che mi sono uscite sono state di scuse, fragili:
“Perdonami se non sono venuta prima. Per il caos. Per la fatica. Per i giorni che non bastano mai.”

E proprio in quell’istante,
nel momento stesso in cui il senso di colpa stava per affondarmi,
ho sentito la sua presenza più forte che mai.
Una lacrima ha rigato il mio volto, e con lei è spuntato un sorriso, sottile,
come una crepa che lascia filtrare un filo di luce.

Le ho sussurrato:
“Non serve, vero mamma? Tu sai già tutto...
Tu ci sei ancora, ci sei sempre.
Hai visto, vedi, vivi con me, dentro di me.”

Ed è stato come ricevere una risposta.
Una carezza invisibile.
Un abbraccio che non ha più bisogno di braccia.

In quel momento l’ho capito davvero:
la presenza di chi amiamo non la misura un calendario,
né un mazzo di fiori freschi,
né la puntualità di una visita.

La misura la forza con cui andiamo avanti.
Il modo in cui continuano a vibrare nei nostri passi,
negli occhi dei nostri figli,
nelle scelte che facciamo quando nessuno ci guarda.

La presenza non è un luogo.
È un legame.

La vita corre.
Noi inciampiamo.
Ma l’amore… quello no.
Quello non inciampa mai.

L’ho salutata, ringraziata e mi sono rialzata.
E mentre camminavo verso l’uscita, i miei pensieri hanno trovato pace.

Mi è venuta in mente un’altra donna straordinaria, scomparsa di recente:
Ornella Vanoni.
Una voce che ha insegnato che si può essere fragili e luminose allo stesso tempo, profonde e leggere, ironiche e sensuali, senza mai doversi scusare.

Diceva di non temere la morte, ma solo di sperare che arrivasse quando non avrebbe avuto più nulla da dare alla vita, né la vita a lei.

Così ho capito l’analogia:
molte donne amano così tanto da credere, a un certo punto, di dover “togliere il disturbo”.
Anche la mia mamma lo diceva, in modi diversi.
Ed è una verità che conosco anche dentro me.

Salita in macchina, la radio ha trasmesso la nostra canzone —
quella che cantavamo insieme,
che abbiamo cantato per salutarla,
e che ascoltiamo ancora insieme ogni volta che vado a trovarla.

E ho sentito che non ero sola.
Che non lo sono mai stata.

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